Il colore nella storia dell'arte

In natura il colore è un elemento dominante e potente: dalle livree dei pesci ai piumaggi degli uccelli, dalle corolle dei fiori alle infinite calde tonalità che le chiome degli alberi assumono nel foliage d’autunno, dai gialli e bruni della terra all’ocra acceso dei canyon statunitensi.

Nella storia dell’uomo è evidente il potente fascino che il colore ha esercitato nell’inconscio collettivo già dalle prime manifestazioni artistiche.

Durante il Paleolitico, attraverso l’uso di pigmenti naturali, quelli che noi oggi chiamiamo uomini primitivi realizzarono sulle pareti delle grotte capolavori di una valenza espressiva così elevata da sorprendere persino Picasso il quale, di fronte alla maestosità delle pitture rupestri di Altamira, affermò: “Tutto il resto è decadenza”.
Le linee dinamiche e definite, gli ocra delle terre, il nero dei carboncini non diedero vita solo ad opere grafiche ma divennero espressione esoterica dell’inconscio umano, dei desideri più profondi, delle visioni oniriche dello Sciamano, in un’esplosione di magia e simboli propiziatori.
Da quel momento la ricerca cromatica accompagnò la storia dell’uomo in uno studio straordinario sul ruolo che il colore esercita nella percezione della realtà.

In Mesopotamia ogni piano dello Ziqqurat fu tinteggiato con un colore diverso e dedicato ad un differente pianeta, mentre in Egitto affreschi parietali e sculture acquisirono inconfondibile monumentalità attraverso un adeguato uso del colore
La nota bicromia della maschera funeraria di Tutankhamon, sorprendente scoperta del secolo scorso ad opera di Howard Carter, ha assunto il valore di simbolo della cultura egizia, con le sue righe oro alternate al blu, il pigmento dell’antichità più studiato dagli storici, a partire da Vitruvio che ne descrisse il processo di preparazione nel I secolo d.C. 
Anche la punta d’oro delle piramidi di Giza aveva la funzione di attrarre l’energia cosmica e convogliarla verso la terra mentre i raggi del sole riflessi comunicavano ad ogni osservatore la potenza della lunghissima era faraonica. 
Nell’arte cosmetica la conoscenza dei pigmenti era sorprendentemente sviluppata: veniva usata la polvere di galena per tingere di nero le palpebre, l’ocra rossa per le labbra e l’hennè per unghie, mani e capelli. Il trucco era applicato non solo per ragioni estetiche, ma anche igieniche e spirituali, con particolare attenzione alla parte del corpo più significativa cioè l’occhio, per gli Egizi specchio dell’anima.

Nell’esplosione di colori delle Città-Palazzo minoiche si materializzò la luce del Mediterraneo, con il quale i pacifici abitanti di Creta avevano un rapporto strettissimo.

I colori in architettura
Palazzo di Cnosso

Nell’architettura greca ciò che oggi ci appare in marmo bianco o pietra calcarea in epoca antica era ricoperto dal colore che, insieme ad un quasi ossessivo studio geometrico e percettivo, contribuiva a realizzare quella purezza compositiva tanto cara agli Ateniesi.
Anche le statue erano policromatiche, come testimoniano alcuni scritti di Euripide e Platone o i residui di tracce, alcuni visibili ad occhio nudo, altri identificati dagli studiosi tramite l’imaging multispettrale.

Presso la civiltà etrusca, così dedita al culto dei morti, il colore ricopriva le pareti delle tombe enfatizzando la dimensione simbolica che ha caratterizzato questa civiltà.

Necropoli Etrusca più bella
Tomba dei Leopardi Tarquinia

Le sepolture costituiscono quindi un elemento di eccezionale interesse archeologico: in particolare la Necropoli di Monterozzi conserva dipinti parietali che rappresentano il più importante nucleo pittorico di arte etrusca ed il più ampio documento di tutta la pittura antica prima dell'età imperiale romana. 
Ricavate da pietre e minerali naturali, le diverse gradazioni tonali costituivano un vero e proprio linguaggio non verbale. 
Le camere funerarie ipogee erano decorate a fresco su un leggero strato di intonaco, con scene di carattere magico-rituale raffiguranti banchetti funebri, danzatori, suonatori, giocolieri, paesaggi, disegni geometrici dipinti con colori intensi e vivaci.

Gli antichi Romani, che ripresero dai Greci la maggior parte dei caratteri stilistici dell’architettura e dell’arte, furono guerrieri e tecnologi: sperimentarono molti nuovi pigmenti, primo fra tutti il rosso pompeiano, da sempre associato alla Villa dei Misteri. 
Questo colore caldo ed elegante, passionale e vitale, dopo la scoperta archeologica di Pompei diventò la tinta dominante nelle residenze dei ricchi europei, per ostentare la loro importanza sociale. 
Fin dall'antichità infatti il rosso è stato associato al potere. Del resto è il primo colore dello spettro cromatico e dell'arcobaleno, forse anche il primo colore percepito, riconosciuto e nominato dai bambini. 
Le gamme di rosso pompeiano ai tempi dei Romani venivano preparate attraverso il pigmento del cinabro, un minerale contenente solfuro di mercurio, quindi molto tossico. I Romani erano consapevoli di tale tossicità, al punto che nelle miniere di Almaden, in Spagna, ed in quelle del monte Amiata mandavano gli schiavi i quali, a contatto diretto e prolungato con le sostanze nocive, si ammalavano e morivano rapidamente.

Rosso Pompeiano nella Villa dei Misteri
Villa dei Misteri, Pompei

Con l’arte bizantina e l’avvento del Cristianesimo il colore diventò luce: la luce dei mosaici che decorano le pareti interne delle chiese e simboleggiano, come diceva Giulio Carlo Argan, la vita spirituale ultraterrena (ma anche il potere temporale e religioso dell’Imperatore) con una prevalenza di tessere d’oro che si smaterializzano in pura energia. 
Gli esterni degli edifici sacri sono invece sobri e semplici, simbolo della povertà della vita terrena.

Anche coloro che vennero definiti Barbari impreziosirono le loro opere d’arte attraverso l’uso del colore. 
L’Altare di Ratchis, uno dei più importanti esempi scultorei realizzati durante la Rinascenza liutprandea e dimensionato su rapporti di sezione aurea, presenta significativi residui di pigmenti. In origine infatti tutte le lastre erano colorate con smalti e lamine d’oro. Questa vivacissima policromia aveva probabilmente la funzione di rendere l’altare simile ad un’opera di oreficeria.
Spesso infatti la policromia veniva ottenuta attraverso l’uso di gemme e pietre preziose: è il caso della Croce Astile di re Desiderio, conservata nella Chiesa di Santa Maria in Solario all'interno del Museo di Santa Giulia a Brescia, oppure il superlativo Evangelario di Teodolinda esposto nel Museo del Duomo di Monza.

Nelle Chiese medioevali, fulcro della città romanica, si spaziò dal contrasto bicromo tra ciottoli fluviali e laterizi degli edifici sacri in Pianura Padana alle policromie lapidee toscane, dai mosaici e marmi di influenza bizantina a Venezia alle tessere d'oro ed alle cupole arabo normanne della Sicilia, forse arancioni sin dalle origini.
Gli affreschi, dalla sorprendente meticolosa ingenuità, rivestivano le pareti interne con funzione decorativa ma soprattutto didattica, insegnando al popolo prevalentemente analfabeta gli episodi della Bibbia e dei Vangeli attraverso il linguaggio visuale.

Dopo l’anno Mille la città medioevale si tinse di tonalità pastello, come ben documentò Ambrogio Lorenzetti che, in modo magistrale, dipinse una Siena gotica policromatica, in cui ogni edificio, pur ricco di dettagli unici, contribuiva a costituire un insieme organico che conferiva al tessuto urbano omogeneità, coerenza e raffinatezza. 

opere d'arte politiche
Effetti del Buon Governo, Lorenzetti

Nelle Cattedrali Gotiche d’Oltralpe le pareti perimetrali vennero svuotate, affidando la funzione portante a pilastri, contrafforti, archi rampanti e si inserirono luminose e coloratissime vetrate che, oltre a conferire leggerezza e slancio verticale alla massa muraria, divennero una pittura di luce, un filtro dei raggi solari, un'irradiazione del divino all'interno dell'edificio.

Cattedrali gotiche francesi
Vetrata della Cattedrale di Saint Denis

Nell’Italia rinascimentale la purezza stilistica dell’architettura portò all’edificazione di opere che rispecchiavano la razionalità e le proporzioni geometriche dell’età classica. Capitelli, colonne, timpani e trabeazioni caratterizzarono i palazzi che i Signori fecero erigere nei tanti ducati in cui la penisola era suddivisa: dal Palazzo Ducale di Urbino a quello di Mantova, da Ferrara a Milano. 
Gli esterni, scanditi da ritmiche armonie, erano prevalentemente in laterizio e pietra, lavorata a bugnato su modello degli antichi Greci e Romani. 
Leon Battista Alberti in Palazzo Rucellai a Firenze, Giulio Romano nel Palazzo Te di Mantova, Biagio Rossetti nel Palazzo dei Diamanti a Ferrara utilizzarono il bugnato per conferire plasticità alle facciate.

Il colore veniva quindi trasferito all’interno, dove i grandi Maestri del ‘400 e del ‘500 realizzarono straordinarie opere d’arte.

Cappella Sistina a Roma
La Creazione di Adamo, Michelangelo

Nel Rinascimento gli artisti studiarono il colore in modo approfondito ed introdussero nuove tecniche: per tradizione il fiammingo Jan van Eyck è considerato l'inventore della pittura ad olio, anche se conoscenze di procedimenti analoghi si trovano tra i pittori romani, greci, bizantini e medievali. 
La pittura ad olio è una tempera grassa, composta dalle stesse terre macinate usate per le tempere, mescolate con l'uovo ed incorporate ad una sostanza oleosa essiccante, in genere l'olio di lino. La tecnica ad olio consentì uno studio dettagliatissimo dei particolari anche grazie all'uso della lente d'ingrandimento che, insieme ad altri strumenti ottici, si diffuse rapidamente nel corso del XV secolo.
In Italia Leon Battista Alberti, nel suo trattato De Pictura del 1435-36, evidenziò come il colore non fosse una caratteristica propria del soggetto, ma dipendesse dalla luce. Individuò nel rosso, nel celeste, nel verde e nel grigio i quattro colori principali, dai quali era possibile ottenere tutti gli altri toni. 
A partire dalla seconda metà del 1400 il grigio fu sostituito dal bruno, ben evidente nello sfumato leonardiano che rendeva i contorni delle figure evanescenti ed indefiniti. 
La ricerca di Leonardo da Vinci sul colore accompagnò tutta la sua attività artistica: da scienziato continuò a sperimentare nuove tecniche pittoriche, a volte con successo, altre volte vanificando completamente il proprio lavoro, come nel caso della Battaglia di Anghiari che si sciolse dopo che furono accese le candele per asciugare il colore ottenuto unendo i pigmenti alla cera. 
Come Leonardo anche il Perugino introdusse il concetto di atmosfera: i pittori, oltre all’uso della prospettiva, tennero in considerazione la presenza del vapore acqueo che sbiadisce i contorni e schiarisce i colori degli oggetti a distanza. 
Dai colori razionali di Piero della Francesca e Masaccio, a quelli simbolici di Botticelli e Beato Angelico, dalla solennità di Michelangelo e Mantegna, alle velature poetiche di Raffaello e Antonello da Messina, tutta la pittura del Quattrocento e Cinquecento è un tripudio cromatico che ricopre gli interni degli edifici, a volte palazzi e luoghi sacri monumentali, altre volte piccole chiese di campagna, come la splendida Madonna del Parto di Piero affrescata a Monterchi.

Ma durante lo stesso periodo, soprattutto nel XVI secolo e successivi, molti paesi d’oltralpe colorarono le facciate di nobili palazzi, ma anche di semplici abitazioni civili, creando un’armonia policromatica che ci sorprende ancora oggi. 
E’ il caso dei borghi d’Alsazia, Germania, Polonia, Austria, Fiandre, Danimarca.

Posti più colorati del mondo
Breslavia

Molto lontano dall’occidente, alcune civiltà realizzarono raffinate architetture in cui il colore diventò l’elemento dominante, con significato apotropaico e simbolico: in Cina la dinastia dei Ming, al potere dalla seconda metà del XIV alla metà del XVII secolo, fece realizzare edifici lignei ancora oggi preziosa testimonianza dell’abilità degli artigiani dell’estremo oriente.
La Città proibita, costruita tra il 1406 e il 1420, è un enorme complesso architettonico in legno, materiale assemblato attraverso precisissimi incastri e dipinto di rosso ed altri colori simbolici, mentre il Tempio del Cielo a Pechino, detto anche Tempio del Paradiso, è uno dei luoghi più magici al mondo, sacra espressione del Feng Shui che ha individuato proprio qui il punto di incontro tra Cielo e Terra.

Il Seicento è il secolo della Controriforma e delle numerose guerre di fede che modificarono gli equilibri del Vecchio Continente. 
L’arte, in tutte le sue declinazioni, prese le distanze dalla razionalità rinascimentale con l’uomo misura di tutte le cose e diventò monumentale, grandiosa, sorprendente. Nata come risposta al movimento protestante, venne utilizzata con la finalità di riportare il popolo verso la dottrina cattolica, facendosi portavoce delle istanze controriformistiche. 
Effetti illusionistici e prospettici, linee curve e dinamiche, drammaticità teatrale, impatti chiaroscurali, decori e stucchi caratterizzarono questo periodo storico. 
L’uso estensivo del colore enfatizzò i dettagli architettonici, mentre in pittura lo studio della luce, già approfondito dagli artisti rinascimentali, venne rielaborato da Caravaggio con effetti chiaroscurali che portavano i soggetti dei suoi quadri ad emergere improvvisamente dal buio della scena ed a diventare i soli protagonisti, anche rispetto allo sfondo, spesso lasciato indistinto. 

Nel Rococò invece tornò la luce, i colori diventarono più tenui, delicati, meno sgargianti e si applicarono ai vari campi dell’arte, dalla moda all’arredamento, dall’architettura alla decorazione di interni.

Ma dalla seconda metà del '700 un drastico cambiamento produttivo, economico, sociale rivoluzionò l’Europa: è la prima Rivoluzione Industriale che trasformò le comunità agricolo artigianali commerciali in sistemi industriali caratterizzati dall'uso di macchine azionate da energia meccanica.

Dalla macchina a vapore all’elettricità, un processo veloce ed inesorabile portò non solo ad un profondo ed irreversibile mutamento del processo produttivo, ma dell’intera città. 
E così, mentre alcuni architetti neoclassici cominciarono a porsi il problema urbanistico adottando tipologie della Grecia antica persino nella costruzione di edifici industriali, con l’avvento dei combustibili fossili nella Seconda Rivoluzione Industriale le città iniziarono a tingersi di grigio. 
Miniere di carbone a cielo aperto, locomotive fumanti, esalanti ciminiere modificarono per sempre l’assetto urbano. 
Certamente l’Europa acquisì importanza economica a livello mondiale, ma le precarie condizioni dei lavoratori, l’inquinamento e lo sfruttamento irrazionale delle risorse ambientali furono la pericolosa controparte del progresso. 

Alcuni artisti, come gli Impressionisti, ormai liberi dai dogmi di potere e religione che avevano caratterizzato i periodi precedenti, andarono sulle rive della Senna alla ricerca della luce e la riportarono sulla tela attraverso pennellate veloci e ricche di colori. Rousseau, con le sue raffigurazioni primitive ed esotiche, operò un tentativo di ritorno alle origini. Altri, come Gauguin, lasciarono l’Europa alla ricerca di mondi incontaminati in cui ritrovare il contatto diretto con la natura, altri ancora, come Van Gogh, recuperarono nei paesaggi mediterranei angoli autentici e puri di colori.

L’architettura era quella del ferro e del vetro, delle grandi opere industriali, dei ponti, del progresso, della Tour Eiffel, espressione simbolica della nuova epoca.

Solo in qualche breve periodo, come quello dell’Art Nouveau, alcuni architetti contrapposero all’urbanizzazione industriale di inizio ’900 il colore. E’ il caso di Antoni Gaudì in Spagna, di Gustav Klimt in Austria, di Charles Rennie Mackintosh in Gran Bretagna, di Victor Horta in Belgio che reintrodussero nei progetti linee morbide, facciate ondulate e temi floreali.

Opere di Gaudì a Barcellona
Casa Batllò, Gaudì, Barcellona

Mentre due guerre mondiali affliggevano il pianeta nella prima metà del Novecento, si ampliò ulteriormente la rete ferroviaria e le automobili richiesero la costruzione di nuove strade ed autostrade: il 21 settembre 1924 venne inaugurata dal re Vittorio Emanuele III la Milano-Laghi, la prima autostrada del mondo. 

L’assenza di strumenti legislativi di controllo del territorio portò ad un’urbanizzazione selvaggia, soprattutto nella fase di ricostruzione post bellica, i grattacieli disegnarono lo skyline delle metropoli mentre lo sfruttamento del suolo e delle risorse naturali crescevano vertiginosamente. 

Nelle città il colore dominante diventò il nero: il nero dell’asfalto che tutt’oggi la ricopre e che permette la sostituzione dell’antico fruitore urbano, l’uomo, con nuovi fruitori cioè i mezzi di trasporto, la logistica, le industrie. 

La città perde la sua antica omogeneità e coerenza tipologica. 

Artisti appartenenti alla corrente della Pop Art denunciarono la nuova società capitalista e consumista attraverso coloratissime opere: Andy Warhol, con le iconiche serigrafie di Marilyn Monroe o del fast food, mise in luce il potere dei nuovi mezzi di comunicazione di massa e della pubblicità, mentre Claes Oldenburg espose nelle città installazioni dimensionalmente esagerate enfatizzando l’industriosità e l’abbondanza alimentare delle società occidentali.

Negli anni ‘70 alcune tra quelle che diventeranno le grandi archistar contemporanee cominciarono a porsi il problema dell’anonimato della nuova città post-industriale: un esempio molto esplicativo è il concorso vinto da Renzo Piano e Richard Rogers per la costruzione di un centro culturale polifunzionale voluto dal Presidente Georges Pompidou nel cuore di Parigi. Tecnologia High Tech ed audacia nella colorazione degli impianti esterni caratterizzano il famosissimo Beaubourg. 

A cavallo dei due millenni, il bianco dei tecnologici ponti di Santiago Calatrava o delle architetture decostruttiviste di Zaha Hadid, la trasparenza cromatica di Jean Nouvel ed il contrasto tra colore, legno e titanio di Frank O.Gehry, le architetture firmate da architetti avveniristici ed attenti ai canoni irrinunciabili della progettazione urbana, rappresentano una speranza nel recupero di percezioni positive, attraverso le vibrazioni di energia elettromagnetica benefica che il colore trasmette ai suoi fruitori.

Jakob  MacFarlane Lyon
Cubo verde, Confluence, Lyon

Alcuni borghi, soprattutto quelli affacciati sul mare, vengono preservati nel loro assetto originario e nella tradizione cromatica:

Burano, Procida, molte isole greche, Camogli, le Cinque Terre, PortovenereLaigueglia, Dragør, Aveiro, Tallinn sono solo alcune tra le mete  turistiche molto apprezzate da chi è ancora alla ricerca del colore.

Venezia Portoghese Aveiro
Aveiro, Portogallo

Il fatto che il genere umano, per lo meno le persone più sensibili, quelle stanche di vivere in una città asettica ed acromatica, sia alla ricerca del colore lo dimostra l’interesse per alcuni vivaci interventi che artisti e writers hanno realizzato negli ultimi decenni.

Il paese delle fiabe dipinte
Sant'Angelo di Roccalvecce

Milano, NapoliSan Giovanni in PersicetoQuarna di Sopra, PognoSant'Angelo di Roccalvecce, Maccagno, Legro, StoccolmaDjerba, Dozza, Riga, Il Giardino dei TarocchiRimini sono solo pochi esempi di luoghi coloratissimi dove sentirsi ancora connessi con il genius loci, con percezioni e sensazioni cariche di energia, con l'autenticità dell'espressività umana.

Case colorate più belle
Toilet Paper, via Balzaretti Milano

Molti comuni europei organizzano manifestazioni annuali di street art: per l’occasione ii migliori writers nazionali e internazionali danno nuova vita a grandi pareti cieche, muri fatiscenti, angoli grigi, sottopassi bui, palazzi anonimi. Una speranza per chi come me crede che sia arrivato il momento di reintrodurre il colore nella città, processo che inevitabilmente ci porterà a ricolorare anche le nostre vite. 

2 luglio 2024
TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI 

©UNA GOCCIA DI COLORE


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